Il punto di partenza è tanto semplice quanto radicale:
nella vita come su LinkedIn, premia essere se stessi. Non la versione adattata al contesto, non quella smussata per risultare più accettabile, non quella costruita per ottenere consenso. Proprio se stessi, quando si smette di domandarsi continuamente cosa gli altri si aspettano e si inizia a dare valore al proprio punto di vista. E in questa scelta c’è un motto che attraversa tutta la conversazione, esplicitamente o tra le righe:
disomologarsi.
A un certo punto della vita e, della carriera, quasi tutti finiamo per dire e fare cose perché “è così che funziona”. Perché quel tono piace, quel formato performa, quell’opinione non crea attrito. È una forma di protezione, spesso inconsapevole, che però ha un costo: ci allontana da ciò che siamo.
Disomologarsi, invece, significa smettere di muoversi in automatico, interrompere la replica di modelli altrui e iniziare a scegliere consapevolmente cosa dire, come dirlo e, soprattutto, perché.
Uno dei passaggi più interessanti riguarda l’idea di originalità. Non come qualcosa da inventare, costruire o simulare, ma come
un patrimonio che ciascuno di noi possiede già. Esperienze, sensibilità, visione, contraddizioni: tutto questo è unicità. Il problema nasce quando proviamo a comprimere questa ricchezza dentro categorie preconfezionate, solo perché sembrano più facili da comunicare o più accettabili.
Su LinkedIn il meccanismo è evidente: stessi format, stessi registri, stesse parole. Profili curati, coerenti, corretti. Ma spesso indistinguibili. E allora la domanda diventa inevitabile:
che spazio resta per il punto di vista, se rinunciamo a usarlo? Senza disomologazione non c’è posizionamento, solo adattamento continuo.
Essere se stessi, come emerge dal dialogo, non significa esporsi senza filtri né raccontare tutto. Significa essere sinceri. Allineati. Coerenti. Vivere e comunicare secondo la propria verità, anche quando non è comoda, anche quando non rientra in uno schema preciso. È una scelta quotidiana, non una tecnica di comunicazione. Ed è proprio questa scelta che, nel tempo, costruisce fiducia, credibilità e autorevolezza.
C’è infine un messaggio che resta, più degli altri:
non accettare categorie. Né nella vita, né sui social. Le etichette aiutano gli altri a definirci, ma spesso ci impediscono di evolvere. Rifiutarle significa esporsi, certo, ma anche assumersi la responsabilità del proprio percorso.
L’intervista completa di Dentro il Digitale è un invito a rallentare, ascoltare e rimettere al centro ciò che conta davvero: identità, coerenza, verità.
https://youtu.be/Agt1ZYAgfiM?si=m4TS25QGS5-RyFP3